Diario di viaggio in Slovenia, seconda puntata

Dvorec Rakičan a Lubiana, in Slovenia

di Luigi Fiorillo

SECONDA PUNTATA, leggi la prima puntata

Non organizzai tutto nei minimi dettagli; ammetto che viaggiare per me è sempre stato un po’ sinonimo di smarrirsi, che sia in vicoli stretti di una città sconosciuta o sentieri di montagna che non siano stati calpestati da un pò. Tuttavia non fu difficile arrivare alla cittadina del Nord della Slovenia dove avrei vissuto il mio SVE per i sette mesi seguenti.

Era tarda serata quando arrivai, la temperatura era lievemente più bassa ed avevo già avuto modo di guardarmi un po’ intorno in un precedente scalo tra due bus. Mentre attendevo i coordinatori del mio progetto, che si erano offerti di darmi un passaggio dalla fermata dell’autobus all’alloggio, ebbi modo di stupirmi della diversità dell’ambiente in cui mi trovavo. Era una stazione degli autobus nel centro della città ed occupava una parte di una grande area che comprendeva anche un parcheggio ed un piccolo parco; architetture post-moderne ospitanti i servizi pubblici si affacciavano sull’area e l’intersezione di diverse strade locali lasciava intendere la centralità del posto. Le mie analisi vennero interrotte dai ragazzi che arrivarono in auto, ci salutammo, caricammo le immense valigie e partimmo.

Avevo tentato di ingannare me stesso a lungo ma in quelle poche parole di cortesia che riuscii ad emettere traspariva tutta la mia negligenza nello studio dell’inglese degli anni passati; quando smontai dall’auto pensai di non essere nemmeno più in grado di camminare.

L’immaturità della lingua che parlavo aveva annullato ogni tratto della mia personalità e tentare di instaurare una simpatia con i miei coordinatori in quei primi minuti divenne impossibile. Mi resi conto che la lingua sarebbe stato il primo “muro” culturale da valicare. Tuttavia loro furono gentili ed io feci quello che potei.

Nel frattempo c’erano tante novità davanti ai miei occhi ed io ero piuttosto entusiasta: il palazzo dove giungemmo era situato in periferia a circa due chilometri dal centro e si presentava come una vecchia residenza estiva di qualche conte dei tempi andati; le quattro eterogenee facciate in mattoni rossi e tetto spiovente circoscrivevano una corte rettangolare dal cui interno si potevano osservare due ordini di arcate ribassate sul lato principale e alloggi, stalle e servizi sugli altri.

Mi era stata data una delle stanze dell’ostello ivi compreso, depositai i miei averi, salutai i ragazzi che si erano preoccupati di procurarmi una scatola di spaghetti ed un sugo già pronto e dopo aver cenato mi addormentai senza indugio.

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