Diario di viaggio in Slovenia, terza puntata


di Luigi Fiorillo

TERZA PUNTATA
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I giorni seguenti furono un costante tentativo di adattamento: il cibo, la temperatura, l’ampio cortile da attraversare per andare in ufficio, lo shock derivato dalla mancanza di una moka in cucina; cercavo di abituarmi e far diventare normali azioni che avrei continuato a compiere perpetue nei mesi successivi. Non era male

Una mattina, probabilmente la seconda da quando ero lì, mi illustrarono il lavoro che avrei svolto: durante il primo mese c’era da occuparsi degli erasmus plus e dei ragazzi che avrebbero vissuto un’esperienza simile alla mia ma molto più breve. Trentasei ragazzi da sei diversi stati europei stavano per precipitarsi in quel luogo, ciascuno di essi non conosceva gli altri e ciascuno di essi avrebbe svolto delle attività con gli altri, si sarebbe confrontato, avrebbe scherzato, riso e passato belle serate, ascoltando buona musica in una sorta di insalata culturale dove si poteva parlare molto o per nulla. 

Il mio compito era assistere, aiutare ed anche partecipare, farmi un idea. Non era male.

Dopo qualche giorno arrivò il primo gruppo, tra cui anche degli italiani con cui fu facile legare. Il tema riguardava le minoranze, in particolare quella Rom e durante le attività si alternavano momenti di ascolto di esperti, momenti di dialogo e confronto, momenti in cui cercavi solo di comprendere ed altri dove si lavorava attivamente su campi scelti, video, musica, giornalismo ed altro.

Si trattava di capire, in quei dieci giorni, di cosa si stava parlando, di affrontare temi spesso trascurati, di accettare gli altri, di sentirsi più europei e non solo italiani, spagnoli, lituani. Il progetto voleva creare una comunità di giovani che sarebbero un giorno cresciuti e avrebbero fatto del loro meglio nella lotta, propria e decisa, contro le disuguaglianze, le ingiustizie, i paradossi della società moderna, e per l’ambiente, la solidarietà, l’accettazione. Questo perché in quell’ambiente era possibile aprire un po’ di più gli occhi ed anche il più attento a tali argomenti ne trovava comunque uno sul quale interrogarsi ancora e capire di più.

Gli strumenti e le strategie, per fare in modo che ciò accadesse, erano elementari ma efficaci. Costruire una tenda per la notte, accendere un fuoco e mangiare marshmallow può sembrare infantile ma crea connessione e l’obiettivo del progetto veniva raggiunto, anche senza comprenderlo in un primo momento.

Ovviamente, non penso che tutti abbiano avuto le mie stesse idee al riguardo, ma ciò che è sicuro è che l’ultimo giorno fossero tutti tristi, di abbandonare il cibo, la temperatura, l’ampio cortile da attraversare per andare in ufficio e quegli sconosciuti che ormai non erano più sconosciuti.

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