“Porte Aperte”, di Leonardo Sciascia

di Ilenia Di Feola

Ambientato a Palermo nel 1937, in pieno regime fascista, “Porte Aperte” è un romanzo di Leonardo Sciascia. Lo scrittore intreccia il racconto di un processo con una riflessione sul dramma individuale e collettivo dell’atto del giudicare. 

Protagonisti del romanzo sono un assassino reo confesso di tre omicidi, fra cui la moglie, oltre ad un suo collega ed il suo capoufficio che lo aveva licenziato in tronco, e che con lucida spietatezza ha agito con premeditazione e un giudice definito “giudice a latere”, ovvero l’altra figura giudiziaria, oltre al presidente della Sezione, ed ai giudici cosiddetti popolari, cittadini qualsiasi investiti eccezionalmente nel processo medesimo, ma con un ruolo di ausiliari dei magistrati togati. C’è una fortissima pressione politica da parte del regime perché la pena di morte venga comminata per «dare un esempio», ma in realtà il giudice “a latere” è fortemente contrario alla pena capitale. Aiutato da un giurato popolare riesce nel suo intento, ma vedrà compromessa per sempre la sua carriera.

Il titolo è preso da un detto popolare: «durante il fascismo si dormiva con le porte aperte»; ad indicare che il regime, in mancanza della libertà, sottolineava il culto dell’ordine. Il libro prende spunto da una vicenda realmente accaduta e fonte di ispirazione dell’autore che amava richiamare fatti storici e rileggerli sotto una nuova luce, per guardare, sì con rispetto, ma allo stesso tempo con occhio vigile e critico verso le istituzioni, ma senza cadere in vuoti formalismi e conformismi di maniera. Sciascia invita il lettore ad una riflessione sui temi fondanti dell’epoca, come la giustizia, lo Stato, la libertà, ma con una logica, di quel giudice, molto lontana dai canoni ufficiali del Regime, e con un titolo già di per sé emblematico “Porte aperte”.

Porte delle case lasciate aperte come ipocrita propaganda all’ordine ed alla sicurezza, che agli occhi del popolo regnavano in epoca fascista, ma che erano invece un’illusoria pace sociale, in un epoca in cui l’omissione della verità, l’omertà ed il vuoto delle istituzioni imperavano, schiacciati da un potere assoluto. Specie poi quando si toccavano argomenti sensibili come quello della pena di morte, che si invocava mediaticamente, come fine ultimo di condanna nei confronti di un pluriomicida, ma che un giudice “libero” dai condizionamenti  esterni commuterà in pena detentiva, deludendo l’opinione pubblica manovrata dal regime, pagando di persona la sua ostinata tenacia di non allineato. Un po’ come capitò poi al Prefetto Mori, prima osannato e poi “silurato” con finte promozioni verso Roma.

In realtà la dittatura pretende dai suoi sudditi le porte aperte per poterli meglio spiare, meglio controllare, per impedire che le persone, al chiuso nelle loro case, chissà cosa possano mettersi a pensare.  Uno Stato che amava perfino definirsi “etico” e che eleggeva l’ordine e la sicurezza come valori supremi e non come ordinari compiti tecnico-amministrativi, ma come fini ultima di una propaganda politica, finisce in realtà per essere uno stato illiberale, autoritario, debole e soprattutto ipocrita. Porte Aperte, appunto, per le persone mentre strettamente blindate le porte del potere, dove l’ordine e la sicurezza diventano un fine politico, ultimo, e dove quindi fallisce anche l’idea di libertà, perché questo “ordine e sicurezza”, agli occhi del “potere” non costituiscono e significano mai il rispetto verso le istituzioni e la comunità stessa, ma hanno sempre e solo il significato del controllo. Con quest’opera Sciascia vuole schierarsi apertamente contro la pena di morte e vuole rappresentare la Sicilia, terra in cui il muro dell’omertà è difficile da abbattere, ma non impossibile per l’esempio, il sacrificio ed il coraggio mostrato dai tanti “piccoli giudici a latere” che comunque sono stati sempre presenti nella comunità isolana e che danno un segno di speranza e rinnovamento per un futuro migliore.

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